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Ma si raggruma dopo lo spettacolo
un silenzio che non ospita né spiega,
imprevisto, brutto inceppamento, mentre
storditi, senza importanza sociale invecchiamo
battendo palpebre aride, individui,
inutili come stanze vuote, soffrendo
per non sapere ancora funzionare.
I nostri sogni, ombre deformi che non possiamo
tradurre in equazioni, bilanci previsionali.
Noi, qui e altrove ingranaggi incastrati nelle macchine,
ed è il reale, somme di dati incolonnati, profilati da algoritmi, consumo intensivo dentro
bolle di microclima progettato: estraniarsi
ciclico da quel vastissimo respiro;
schiuma monotona di spot, che giunge tisico
fruscìo di merce impacchettata alla coscienza.
Se scivolando verso il fuori sopravvivi,
se non evadi a pagamento, già sparisci scorporato
nel limbo metafisico, solo aldilà, più innominabile
delle più luride, vandalizzate ex stazioni.
Io tu voi, maschere tirate da frustrazioni e bisturi:
certi che la libertà è ingurgitare tutto e non avere età.